Totò Riina ha regalato morti e lutti a migliaia di famiglie. Il video di Roberto Alessi

In carcere, la prima volta, entra che ha da poco compiuto 18 anni. Un “battesimo” criminale precoce e un’accusa grave: l’omicidio di un coetaneo, durante una rissa, per cui viene condannato a 12 anni. Nato a Corleone il 16 novembre del 1930 da un famiglia di contadini – perderà presto il padre e il fratello, morti mentre cercavano di estrarre della polvere da sparo da una bomba inesplosa -, Totò Riina, morto la notte del 17 novembre 2017 nel reparto detenuti del carcere di Parma, fino ad allora ha alle spalle solo qualche furto.

Poca roba, fino all’incontro con Luciano Leggio, all’epoca mafioso rampante che sta tentando di farsi strada. E’ lui, suo compaesano che per un errore di trascrizione di un brigadiere passerà alla storia come Luciano Liggio, a farlo entrare in Cosa nostra. Un metro e 58, che gli vale il soprannome di Totò U Curtu, esce dall’Ucciardone nel 1956, a pena scontata solo in parte, e viene arruolato nel gruppo di fuoco di Leggio che dietro di sé lascia una lunga scia di sangue.

La lotta per il potere di “Lucianeddu” e dei suoi comincia nel 1958 con l’eliminazione di Michele Navarra, medico e boss di Corleone. Leggio ne azzera il clan e ne prende il posto. Totò diventa il suo vice. Nella banda c’è anche un altro compaesano, Bernardo Provenzano. Nel dicembre del 1963 Riina viene fermato da una pattuglia di carabinieri in provincia di Agrigento: ha una carta di identità rubata e una pistola. Torna all’Ucciardone per uscirne, dopo un’assoluzione per insufficienza di prove nel 1969. Mandato fuori dalla Sicilia al soggiorno obbligato, non lascerà mai l’Isola scegliendo una latitanza durata oltre 20 anni.

Da ricercato inizia la sistematica eliminazione dei nemici: nel 1969, con Provenzano e altri uomini d’onore, uccide a colpi di mitra il boss Michele Cavataio e altri quattro picciotti in quella che per le cronache sarà la strage di viale Lazio. Due anni dopo è lui a sparare contro il procuratore di Palermo Pietro Scaglione. L’ascesa in Cosa nostra, ottenuta col sangue e la violenza – sarebbero oltre 100 gli omicidi in cui è coinvolto e 26 gli ergastoli a cui è stato condannato – è inarrestabile. E va di pari passo con i primi delitti politici: l’ex segretario provinciale della dc Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Dopo la cattura di Leggio, Riina prende il suo posto nel triumvirato mafioso assieme a Stefano Bontate e Tano Badalamenti. Farà poi allontanare quest’ultimo, accusandolo falsamente dell’omicidio di un capomafia nisseno. Ma è negli anni 80 che il ruolo suo e dei suoi, i viddani, i villani di Corleone che hanno sfidato la mafia della città, diventa indiscusso. Soldi a fiumi con la droga, gli appalti e la speculazione edilizia. E una conquista del potere a colpi di omicidi eclatanti e lupare bianche.

E’ la seconda guerra di mafia. Il 23 aprile 1981 cade Stefano Bontande, “il principe di Villagrazia”, il boss che vestiva in doppiopetto, frequentava i salotti buoni della città e controllava i traffici della Cosa nostra palermitana. Massacrato nel suo regno e nel giorno del suo compleanno. Diciotto giorni dopo, tocca al suo alleato, Totuccio Inzerillo, poi al figlio e al fratello: i parenti superstiti fuggono negli Stati Uniti e hanno salva la vita a patto di non tornare più in Sicilia. In poche settimane restano a terra decine di cadaveri. Riina la belva , come lo chiama il suo referente politico Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo del sacco edilizio, è feroce e spietato. Condannato in contumacia all’ergastolo durante il “maxiprocesso”, viene inchiodato dalle rivelazioni dei primo pentito di rango, Tommaso Buscetta.

Totò “u curto” si vendica facendogli uccidere undici parenti. Quando il maxi diventa definitivo e cominciano a fioccare gli ergastoli per gli uomini d’onore, il padrino dichiara guerra allo Stato. Una sorta di redde rationem con la condanna dei nemici storici come i giudici Falcone e Borsellino, a cui si doveva il maxiprocesso, e di chi aveva tradito. La lista di chi andava eliminato era lunga e contava anche i politici che, secondo il boss, non avevano rispettato i patti. E’ la stagione delle stragi che il capo dei capi vuole nonostante non tutti in Cosa nostra siano d’accordo. Il 12 marzo muore Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia. Il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al boss restano però pochi mesi di libertà: il 15 gennaio del 1993 i carabinieri del Ros lo arrestano dopo 24 anni di latitanza. La moglie, Ninetta Bagarella che ha trascorso con lui tutta la vita, torna a Corleone con i quattro figli, Lucia, Concetta, Giovanni e Giuseppe Salvatore, tutti nati in una delle migliori cliniche private di Palermo. Gli ultimi periodi della latitanza la famiglia li trascorre in una villa degli imprenditori mafiosi Sansone, a due passi dalla circonvallazione. I carabinieri lo ammanettano poco lontano da casa: un arresto il suo su cui restano molti punti oscuri. La versione ufficiale lo vuole “consegnato” da un suo ex fedelissimo, Baldassare Di Maggio, il pentito che poi avrebbe raccontato del bacio tra Riina e Andreotti.

Ma sulla cattura del capo dei capi gravano ombre pesanti: a tratteggiarle sono gli stessi magistrati che dal 2012 lo processano per la cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui il boss avrebbe avuto, almeno inizialmente un ruolo. Sarebbe stato il compaesano, l’amico di una vita, Bernardo Provenzano, più cauto e, dicono i pentiti, contrario frontale all’attacco allo Stato, a venderlo ai carabinieri barattando in cambio l’impunità. Con la morte del padrino restano senza risposte molte domande: sui rapporti mafia e politica, sulla stagione delle stragi, sui cosiddetti delitti eccellenti, sulle trame che avrebbero visto Cosa nostra a braccetto con poteri occulti in una comune strategia della tensione. Riina non ha mai mostrato alcun segno di redenzione. Fino alla fine quando, al processo trattativa, citato dalla Procura è rimasto in silenzio. (Fonte: Ansa)

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Bobo Vieri e la Caracciolo hanno perso il bambino. Siamo certi che il loro sogno diventerà realtà. Il video di Roberto Alessi

E’ trascorso solamente un giorno da quando ieri ( 7 novembre) si è diffusa in rete e su tutti i giornali la notizia che riguarda la coppia composta da Bobo Vieri e Costanza Coracciolo e l’arrivo del loro bambino.

Il mitico bomber, vera icona social, e la bellissima ex velina bionda si sono conosciuti quest’estate e dopo 4 mei d’amore erano pronti a mettere su famiglia con l’arrivo del primo figlio. La loro storia d’amore nata nelle spiagge d’Ibiza, sembrava essere  uno dei soliti flirt del calciatore che ogni estate ha fatto breccia nei cuori di bellissime ragazze, senza mai andare fino in fondo. Ma Costanza, ha fatto breccia nel cuore del calciatore che con lei è pronto a costruirsi una famiglia. Tra Bobo Vieri e Costanza Caracciolo ci sono 17 anni di differenza: lei ne ha 27, lui 44, ma per loro la differenza d’età non costituisce affatto un problema.
Purtroppo, però, la coppia ha diramato un comunicato nel quale ha annunciato di aver perso il bambino: «È con dolore che ci vediamo costretti a frenare le voci di una nostra gravidanza che circolano in queste ore sui vari media; purtroppo il destino ha deciso che non fosse questo il momento. Chiediamo a tutti di capire e rispettare questo delicato momento della nostra vita», queste sono le parole di Bobo Vieri e Costanza Caracciolo che hanno fatto sapere del difficile momento che stanno vivendo.

Una notizia spiacevole e triste che Roberto Alessi, direttore di Novella2000 e Novella2000.it ha voluto commentare con un video nel quale ha detto: «Purtroppo arriva ora una notizia di un servizio del quale per altro Novella 2000 si era già occupato: Bobo Vieri e Costanza Caracciolo, la sua fidanzata da quest’estate, hanno perso il bambino che aspettavano. Non era questo il momento, il destino non ha voluto hanno scritto in un comunicato ieri. E’ successo a tutti e dopo arriva sempre un altro bellissimo bambino che ti farà capire che la vita è ancora più bella. E’ un momento delicato e Novella 2000 abbraccia sia Bobo Vieri sia Costanza Caracciolo.»

Guardate il video con le parole di Roberto Alessi cliccando sull’immagine in alto.

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Quando le corna portano fortuna: il caso di Francesco Monte

Francesco Monte e Cecilia, come sapete, dopo quattro anni si sono lasciati. Lei ha lasciato Monte per Ignazio Moser. “Ma le corna potano anche bene perché io ti ho citato più volte da Barbara d’Urso. Il tuo agente ti ha trovato un posto a L’isola dei famosi…. Non tutto il male viene per nuocere”. Parola di Roberto Alessi.

Guarda il video cliccando sulla foto. 

Ricapitolando: cosa è successo tra Monte e la Rodriguez? Ignazio Moser e Cecilia Rodriguez non si nascondono più. Tra loro, a quanto pare, ci sarebbe stata addirittura una nottata bollente all’interno della casa di Cinecittà. Nessun freno, nessun ripensamento: i due sono stati vicinissimi sotto le lenzuola. Chissà cosa è accaduto. Non sono mancati movimenti sospetti. Lui ha cercato di spegnere le luci, ma il Grande Fratello ha detto “no”.

Cecilia Rodriguez, che ha lasciato in diretta il suo storico fidanzato Francesco Monte, sembra che abbia deciso di vivere questo rapporto anche sulla spinta dello stesso Moser. Niente più freni per la coppia del momento all’interno della casa del Grande Fratello VIP.  Confessionale hot, bacio ed  effusioni:  Cecilia e Ignazio hanno usato la suite che Raffaello Tonon ha deciso di donare loro.

LEGGI ANCHE: Cecilia Rodriguez rivela: «Ecco perché ho lasciato Francesco Monte» 

«Non mi ha mai tradito e la decisione non c’entra con quello. Il fatto è che ho bisogno di pensare a me perché nessuno l’ha mai fatto», ha detto. Aggiungendo: «Penso di aver fatto tanto bene a lui e non solo a lui. C’erano cose che andavano bene e altre cose che non andavano bene. Non impazzisco dal giorno alla notte. Abbiamo sempre cercato il modo di risolvere le cose. Ho accettato tante cose per la paura di perderlo»

«Non ho dubbi sul fatto che sia innamorato di me. Io ho voluto cambiare delle cose di lui per migliorarlo e lui ha cercato di cambiare delle cose di me che non gli piacevano, ma che non erano sbagliate», ha ancora detto Cecilia. «Io sono questa, salgo sopra un tavolo a ballare e non gli piace. Io sono questa e mi diverto così. Se mi togli queste cose, non sono più io», ha spiegato, aggiungendo inoltre di non aver mai tradito Monte: «Non ho mai guardato nessun altro. Esisteva solo lui. Non mi è passato nemmeno il pensiero per la testa, nemmeno in un momento di debolezza».

 I dubbi sulla storia, dunque, ci sarebbero già stati, prima del suo ingresso nella Casa del Grande Fratello Vip. Dopo la puntata dello show di lunedì, all’insegna delle forti emozioni, il clima è tornato disteso. Sia lei che Ignazio Moser hanno spiegato davanti alle telecamere che vorrebbero avere la possibilità di stare da soli, cosa al momento impossibile.
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Le vittime non vanno criminalizzate, ma Scamarcio non ha torto

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Una cosa che mi ripugna della vicenda del produttore di Hollywood Harvey Weinstein, l’ennesimo uomo di potere che
imponeva incontri sessuali alle dive, o meglio, alle aspiranti dive che incontrava, è l’ipocrisia, generale e trasversale.
Tutti sapevano (anche a Roma, dove a volte viveva), ma tutti tacevano. Il re è nudo, ma solo una voce innocente avrebbe potuto dirlo. Ma c’era? Le vittime, perché comunque di vittime si tratta, magari ricche come Gwyneth Paltrow (figlia di un potente produttore) o
Angelina Jolie (fi glia della superstar Jon Voight), con possibilità di scelta, tacevano per vergogna o per convenienza, per
salvaguardare la carriera magari, ma altri sapevano. Sapevano i colleghi, gli attori, i registi, ma tutti tacevano. Lui era
potente. Solo ora Harvey Weinstein è stato espulso dall’Academy, l’organismo che assegna gli Oscar, che lui aveva vinto
nel 1999 per il fi lm Shakespeare in Love (ma aveva prodotto anche Gangs of New York, realizzato in Italia, e Pulp Fiction). È
il cinema, bellezza! Si fa, ma non si dice, o si fi nge di non sapere.
«Ma è orrendo, chi l’avrebbe mai detto?», si domanda Barak Obama, che gli aveva mandato una delle sue figlie a fare uno stage nella sua azienda. Beata innocenza: lui, che è stato a capo di tutti i servizi segreti americani, della polizia, dell’intelligence, non ne sapeva niente? Che abbia infl uito il fatto che Weinstein fosse un fi nanziatore della sua campagna elettorale? Cosa che fece
anche con Hillary Clinton (le aveva donato un milione e mezzo di dollari), che ha commentato la notizia con un tweet
solo dopo 5 giorni (che tempismo!).
«Orrore!», grida anche Meryl Streep, la donna più potente di Hollywood, evidentemente impermeabile ai pettegolezzi,
pesanti, su Weinstein che lei considerava come produttore il suo dio. Solo ora, dopo che una semplice e bellissima modella italiana, Ambra BattilanaGutierrez, ha collaborato con la polizia per incastrarlo (chissà perché dopo trent’anni si son decisi?), man mano saltano fuori le testimonianze, dalle già citate Angelina Jolie («Dopo il primo incontro, mi fece schifo e non hovoluto più lavorare con lui») e Gwyneth Paltrow, che lo respinse con un colpo basso: lo raccontò all’allora fidanzato Brad Pitt che gli fece gli occhi neri e
quello, dopo un paio di abbai e minacce («Vi rovino»), si eclissò. E le altre? «Abbiamo taciuto: poteva rovinarci la carriera», ma come mai la Paltrow e la Jolie, come Pitt del resto, che lo prese a muso duro, hanno avuto carriere
pazzesche?
L’unica delle attrici italiane a farsi avanti è stata Asia Argento e ha pagato duro il suo outing: perché parla sono ora? Ha anche ammesso di aver subito uno stupro da un regista, mentre un attore italiano si è spogliato davanti a lei. E tutti
ad andarle contro (da Luxuria a molti giornalisti). A volte bisognerebbe tenere la lingua (e il computer) a freno: se non si vivono certe situazione meglio trattenersi dai giudizi. «Ancora una volta son le donne, le vittime a essere criminalizzate», dice Eleonora Daniele, sempre molto attenta alla violenza sulle donne. Asia è sconvolta.
Oggi Asia parla, allora no. «Non sono l’unica che ha deciso di parlare adesso. Hanno parlato tutte ora…», dice Asia a
La Stampa, «Harvey Weinstein era il terzo uomo più potente di Hollywood. Ora è diventato il duecentesimo e il suo potere
e la sua influenza si sono sensibilmente ridotti». Insomma prima costava troppo parlare, ora si può. Ma per gente nata
bene come la Jolie, la Paltrow, Asia, era così importante la carriera? «No, ma la capisco, anche se con me, con il carattere
che ho non è mai capitato», dice Lina Wertmuller, che a suo tempo era bellissima, e rimane una donna affascinante. Forse se qualcuno avesse parlato prima (soprattutto persone potenti come la Streep) altre attrici avrebbe evitato l’umiliazione subita da Asia.
«Per tutto il tempo mi sono sentita colpevole di non essere scappata via, di non aver avuto la forza di dire no…», dice
sempre Asia a La Stampa, «un tempo io ci tenevo tantissimo alla mia carriera. Ero giovane e anche io avevo i miei sogni.
Non volevo niente da Weinstein, ma non volevo nemmeno che mi distruggesse».
Ma c’è chi parla (e forse a sproposito) come Vittorio Sgarbi che rivela le confidenze (e non si fa) di Morgan, l’ex
compagno di Asia. Sgarbi ha rivelato a Il Giornale che Morgan gli raccontava come lei «fosse contentissima quando Weinstein prendeva l’aereo privato e arrivava a Roma per incontrarla. Dopo l’atterraggio, prendeva un elicottero e la raggiungeva. Spesso portava anche dei fiori, come un vero innamorato in pieno corteggiamento. E talvolta lei non si faceva trovare, mortificandone le dimostrazioniamorose».
Ora Weinstein pare sia nella famosa clinica dell’Arizona dove si curano i sex addicted, i malati di sesso. L’unico dei suoi amici che abbia avuto il coraggio di spezzare una lancia per lui (onore al merito e al coraggio) è stato Riccardo Scamarcio.
Intervistato dalla trasmissione radiofonica Un giorno da pecora ha detto: «Le reazioni di chi ha preso le distanze dai
comportamenti di Weinstein, certamente e assolutamente condannabili, in questo momento mi sembrano altrettanto sgradevoli. Ci sono artisti che parlano adesso e che comunque hanno fatto la loro carriera.
Col senno di poi possiamo dire quello che vogliamo. Ora lo stanno massacrando e non si capisce che dietro c’è un uomo che ha una patologia, che si è comportato in maniera deplorevole, ma che rimane un essere umano.
Ora massacrarlo come sta facendo il New York Times, che si erge a beniamino della giustizia, mi sembra esagerato». Scamarcio ha coraggio da vendere, mi rimane solo una domanda: a fronte di giovani dive, belle, ora ricche e famose che hanno taciuto per paura di ritorsione, quante altre povere ragazze, cameriere, segretarie, donne delle pulizie hanno taciuto per non perdere quei mille dollari
che servivano loro per mantener la famiglia?
Weinstein è stato scaricato anche dal fratello («Sono disgustato», ha detto). Se qualcuno gli avesse voluto davvero
bene, l’avrebbe fatto curare molto prima che lui creasse tutto quel dolore… Concludiamo con una dichiarazione che il padre di Asia, Dario Argento, il grande regista, ha rilasciato a Carlotta De Leo al Corriere della Sera: «Penso che non tutto il mondo del cinema sia così. Non è vero che così fan tutti». E a proposito della figlia dice: «Le parole coraggiose di Asia stanno scoperchiando finalmente il vaso di Pandora su un sistema marcio. Eppure ora se la prendono tutti con lei, come se fosse lei ad aver sbagliato. La denigrano per non aver rivelato prima. Lo trovo davvero surreale e così maledettamente ingiusto». È il suo pensiero ed è anche il mio.

Roberto Alessi

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Lele Mora torna in pista come agente e Simona Ventura risponde

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Lele Mora torna in pista come agente: il commento del direttore di Novella2000 e Novella200.it Roberto Alessi:

«Lele Mora, dopo anni di disgrazie e di problemi, il carcere ricordiamo, aver pagato un prezzo altissimo anche per l’amicizia con Fabrizio Corona, dopo essere stato abbandonato dai potenti – per lo meno da quelli che si presentavano come persone importanti -, dopo che molti personaggi se ne sono usciti dalla sua scuderia, dopo che tanti  hanno preso le distanze da lui, forse anche pure po’ spaventati dalle inchieste della magistratura,  il che dimostra che probabilmente non potevano usare il vecchio proverbio della mamma di Lele Mora: “Male non fare, paura non avere”, è tornato in pista. Bene Lele Mora è tornato in pista ed è tornato ad essere l’agente che è sempre stato. Ora evidentemente in questo momento, dove tutti i sospesi con la giustizia italiana sono stati salvati, torna a lavorare. Tra l’altro, oltre Claudio Lippi, che partecipa a Tale Quale Show come un concorrente che pare che faccia parte della sua scuderia, persino Simona Ventura – mi dicono – che si è riavvicinata a lui. Ricordiamo che Simona è diventata una super  star della televisione italiana grazie anche al lavoro di Lele Mora. Certo grazie sopratutto al suo incredibile talento, perché Simona Ventura ha un grandissimo talento, però grazie anche a Lele Mora che ha saputo difenderla, consigliarla, indirizzarla e sono arrivate trasmissioni di grandissimo successo come: Quelli che il Calcio, come L’Isola dei Famosi e tanti altri grandissimi successi.

Poi c’è stato un periodo in cui Mora e la Ventura si sono allontanati, pare proprio per colpa di Fabrizio Corona. Mi ricordo che allora arrivavano sempre delle foto nelle redazioni, soprattutto anche da me, in cui Corona si era un po’ fissato con Simona Ventura: con le sue storie d’amore, sulle sue storie private, con Bettarini ecc ecc.. E Simona a un certo punto ha detto: “non capisco perché Mora gli permette di comportarsi così con me”. A domanda ha detto: Come mai una persona come Corona che fa parte della scuderia di Mora va a colpire una persona come Simona Ventura che è la gemma più preziosa di questa scuderia? La risposta di Simona a suo tempo fu “non lo so e non riesco a capirlo”. Passò qualche settimana e Simona si allontanò da Lele Mora. Adesso, pare e sottolineo pare, che sia tornata e credo che sia la scelta migliore. Auguri a Mora, auguri a Simona Ventura.»

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Roberto Alessi e Benedetto Mosca si dissociano dal comunicato del Cdr di Novella2000 e Visto

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Milano, 25 luglio 2017
Quali direttori dei settimanali Novella 2000 e Visto, ci dissociamo dal comunicato diffuso in data 25 luglio 2017 dal Comitato di Redazione delle due pubblicazioni che, anziché esprimere legittime proteste e chiedere chiarimenti sullo stato e le prospettive della insostenibile situazione ereditata dalle precedenti proprietà delle due testate, muove aspre critiche accompagnate da gratuite offese all’Editore nella persona di Daniela Santanchè, facendo leva sui suoi impegni politici, pratica inaccettabile in una società democratica. A Daniela Santanchè vanno la nostra stima e la nostra solidarietà per avere, per quanto possibile, tentato di risanare i costi aziendali nell’interesse dell’Editoriale e di quanti in essa lavorano.
Roberto Alessi, direttore di Novella 2000
Benedetto Mosca, direttore di Visto

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Vent’anni senza Gianni Versace. Novella2000 vuole ricordarlo così…

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Gianni Versace moriva esattamente vent’anni fa. A Milano, nei giorni scorsi, tantissimi amici dello stilista ucciso nella sua abitazione a Miami sono andati alla messa per ricordarlo. Quei vent’anni sono passati in un soffio. Roberto Alessi, sul nuovo numero di Novella2000 (in edicola con lo speciale Estate) lo ha ricordato con un servizio che vi riproponiamo di seguito. Intanto, stasera La7 omaggerà Versace con uno speciale giornalistico.
Erano circa le tre, e mentre in ufficio portavo avanti il giornale, mi arriva una telefonata: «Gianni Versace è stato
ucciso poco fa a Miami». Uno shock. Ero talmente pallido che i colleghi erano perfino preoccupati per me. Ero e sono
amico della famiglia di Gianni, ho collaborato perfino con lui alla sua autobiografia. E in quel libro intervenivano anche
Santo, suo fratello, che ancora sento regolarmente, e Donatella, che ormai ho perso (io in Italia, lei nel mondo, io che a fatica tolgo le scarpe da ginnastica anche alla serata più formale, lei che porterà «il tacco dodici anche nella bara», come mi diceva).
Gianni tornava dal bar, dove era andato a prendere un caffè e a leggere i giornali italiani, a un passo dalla sua
villona di Miami, sulla Ocean Drive, ucciso da un certo Andrew Cunanan, marchettaro di cui non vorrei nemmeno
ricordare il nome e che già s’era macchiato di altri delitti.

Certe volte penso che se Gianni Versace non avesse vissuto in tutto quel glamour esagerato, tra quadri di Picasso,
mobili impero, ville faraoniche, scarpe di coccodrillo da cinque milioni (se le faceva arrivare da Londra), superstar mondiali come Elton John, Sting, Lady Diana, forse quel delinquente non sarebbe andato da lui. Erano in tanti i ragazzotti dalle
belle speranze che “in qualche modo a qualche party“ riuscivano a imbucarsi a Casa Casuarina, la sua villa di Miami. Versace non era selettivo, ospitava Madonna, ma da lui ci trovavi anche l’attore che non aveva ancora girato un film vero, il grande giornalista
e quello che aveva iniziato da poco. Andava a empatia (ha fatto scrivere a me la sua biografia, poteva andare da Enzo Biagi e non gli avrebbe detto di no). Men che meno era selettivo il suo compagno Antonio D’Amico che mi diceva
«Gianni comunque non ha mai dato troppe confidenze a nessuno». Certe volte penso, senza nessuna prova, che quel Cunanan ci aveva già provato ad avvicinarsi a villa Versace, ma era stato rimbalzato da qualche pierre che si occupava degli inviti a quei party,
e da lì gli è scattata la molla omicida, mossa dall’invidia, dal risentimento.
Questo mio pensare è quasi un modo per trovare un perché. Già, non c’è ancora un perché e sono passati 20
anni. «Quello era solo un pazzo», mi dice sempre Santo Versace. Tra pochi giorni tutti celebreranno il genio di Gianni, un genio certo, ma soprattutto un uomo buono che non ha mai fatto pesare il suo successo, la sua fama, la sua ricchezza. Mai. Mi ricordo quanto era gentile, con tutti, una volta ero nel suo ufficio e mi chiede: «Tutto bene?». Rispondo: «Sto ristrutturando il solaio per crearci una stanzetta, un casino avere muratori per casa vivendoci». E lui: «Ho gli stessi problemi con la casa di Miami». Capito? Stavo sistemando 25 metri quadri scarsi, lui una casa da 4mila con piscina e parco e si metteva al mio stesso livello.
La sua vicenda adesso arriva anche in una fiction con Edgar Ramirez nei panni di Gianni, Penelope Cruz, in quelli Donatella e, Ricky Martin che fa D’Amico, le foto non promettono bene (troppo glamour sfigato, troppo sangue, poca passione). Tocchiamo ferro. Non era così Gianni Versace.
Ricordo solo una cosa, dopo il libro scritto con me, ne ha fatto un altro con Electa, sul suo lavoro in sartoria, lo ha dedicato a Franca, lo stesso nome di sua madre, una donna non famosa, normale, ma che sapeva cucire e riconoscere tutti i tessuti, era la sua prima collaboratrice.
Questo fa capire chi era. Basta e avanza. Ciao Gianni, secondo me qualche santo in paradiso in questi ultimi vent’anni un paio di volte ha rotto il voto di povertà: non ha saputo resistere, e, con te lì, una giacchetta Versace se l’è fatta fare.

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